Qualche giorno fa sono stato ad una cerimonia, e per motivi organizzativi che non sto qui a spiegare mi sono ritrovato ad un tavolo con larga maggioranza di teenager. Neanche il tempo tecnico di sedersi che ognuno aveva già in mano il suo smartphone, e fin qui nessuna novità. Sarà che mi piace parlare coi ragazzi, sarà che per distorsione professionale nutro una certa curiosità verso alcuni fenomeni sociali, sarà che mangiare in disparte non rientra tra le mie attitudini, fatto sta che ho cominciato ad osservarli e interagire.

Chiacchieravano tra loro, ma quasi tutti senza distogliere lo sguardo dal telefono. Anzi, l’oggetto di discussione era quasi sempre qualche contenuto visto sui dispositivi che tra loro condividevano. Tra un video e l’altro c’era qualche pausa di silenzio passata rigorosamente a guardare lo schermo.

Purtroppo credo sia un atteggiamento abbastanza diffuso, ma non mi interessa giudicare, preferisco far emergere qualche concetto interessante che è venuto fuori e qualche riflessione.

Premetto che erano tutti ragazzi tra i 12 e i 17 anni, mi sono parsi intelligenti e non superficiali. Sicuramente tecnologicamente avanzati ben oltre quello che si immagina. Non ho resistito, dovevo sapere quali social frequentano e l’utilizzo prevalente che ne fanno. Mentre facevo loro qualche domanda, ho notato che le loro argomentazioni erano valide ma sempre molto sintetiche, come se avessero ormai acquisito una comunicazione di stampo messaggistico. E anche le loro conversazioni sulle chat, a giudicare da come erano veloci le dinamiche di interazione, erano improntate alla brevità. Vanno veloci, perché tutto intorno a loro si muove in modo compulsivo.

“Qual è il social che usate di più?” WhatsApp e Instagram senza dubbio mi è stato detto. E Snapchat? “E’ già passato di moda” mi ha risposto una di loro. Va bene che si parla di un contesto effimero, ma la cosa incredibile è che una di loro giudicava obsoleto un social network che in Italia deve ancora entrare in maniera massiva, ammesso che mai questa cosa succederà a questo punto, se è vero che è “già passato”.

Sicuramente di vero c’è che la velocità con cui i teenager fagocitano le cose, è impressionante. Mentre i genitori neanche conoscono Snapchat, i loro figli già non lo usano più. Il successo di Snapchat tra i giovanissimi è legato al fatto che i contenuti pubblicati dopo poco tempo si autodistruggono, nel segno dell’immediatezza e della precarietà, per questo piace. Si parla di un’app che vale 18 miliardi di dollari, con circa 170 milioni di utenti attivi nel mondo, che Facebook tentò di comprare qualche anno fa per 3 miliardi di dollari sentendosi rispondere dal fondatore, Evan Spiegel, classe 1990, con una fragorosa pernacchia.

Quindi è Instagram il loro social preferito, dove mi è stato “spiegato” che lo scopo è uno solo: postare foto e video per ottenere Like. Stop. Chi ha più seguaci e più like è più fico degli altri. L’appagamento derivante dall’approvazione dei propri coetanei che si esprime via social attraverso like e commenti non ha eguali, supera di gran lunga quella che deriva dai rapporti umani reali, per i quali non c’è troppo tempo. Anche perché hanno un’agenda della giornata che spaventerebbe un top manager: scuola, nuoto, musica, i compiti, il corso d’inglese, lo shopping. Non c’è tempo per i rapporti umani, c’è la chat per quello, e in chat si fa prima a parlare con le immagini. Meglio ancora i video, che ormai dominano la scena e che saranno protagonisti assoluti dei prossimi anni.

Il quotidiano i teenager tra loro se lo raccontano con le storie, che è una funzionalità di Instagram copiata proprio da Snapchat. Instagram è di proprietà di Facebook, e ha introdotto le storie proprio poco dopo che provò a comprare Snapchat, della serie “se non ti posso comprare, allora ti copio”.

WhatsApp è invece il re della messaggistica. Se parlassero per quanto chattano sarebbero afoni già a metà pomeriggio. Le applicazioni di messaggistica sono ultra utilizzate dai giovanissimi, Messenger di Facebook è quella tra le più popolari ma ce ne sono altre che i genitori neanche conoscono, come Telegram, Groupme, Viber. E molte altre ancora.

“E Facebook“? Lo frequentano, ma la presenza dei genitori su questo social è in qualche modo un freno. Anche se qualche genitore sta entrando pure su Instagram, “che palle!”  dicevano.

Instagram piace di più perché la componente visuale è dominante su quella testuale. E offre maggiore spazio alla creatività, se ci pensiamo su Facebook si tende di più a condividere materiale già creato, su Instagram si è più attivi nella parte di creazione di un contenuto, e questo ai teenager piace di più.

Qualche considerazione lato business, che genere di consumatori saranno?

Già sono dei consumatori. Sono, e lo saranno ancora di più, acquirenti difficili da fidelizzare, amano cambiare e non sono troppo legati al concetto di proprietà. A questa preferiscono la sharing economy, cioè la condivisione di mezzi e strumenti come il carsharing ad esempio, impensabile fino a qualche decennio fa per i nostri padri condividere l’automobile. La mia generazione era ed è molto legata alle marche, negli anni ’80 ci siamo identificati in alcuni brand. Pure i teenager lo sono, ma il compito delle aziende per attrarli è molto più arduo.

Sono consumatori decisamente più critici verso le aziende, sono sensibili all’impegno sociale e ambientale. Riguardo il cibo sono molto attenti all’origine e alla filiera produttiva dei prodotti. E quando le aziende sbagliano una campagna che riguarda il loro mondo non esitano a stroncarle, come successo con gli stage del caso Carpisa.

Vogliono essere coinvolti, e le aziende che lo hanno capito utilizzano i social per comunicare e interagire con loro. Pensiamo ai sondaggi, ai contest, ai giochi, ai concorsi che passano dai social network. I protagonisti dei contenuti vogliono essere loro, e le aziende li hanno accontentati, Tripadvisor o Youtube sono diventati giganti grazie agli utenti. E’ il concetto di User Generated Content, i contenuti generati dagli utenti.

Riguardo il fatto che Snapchat sia già superato forse è troppo perentorio come concetto. E’ vero che in Italia non ha del tutto sfondato, però in altri paesi è in crescita e piace moltissimo alle aziende per via della sua penetrazione tra i giovanissimi, considerato che il 60% degli utilizzatori ha meno di 24 anni. Per il suo futuro bisogna capire come evolve questa concorrenza con Facebook e Instagram, chissà che il fondatore tra qualche anno non se ne pentirà di quel “no” a Zuckerberg, staremo a vedere..

In conclusione quella chiacchierata con quei ragazzi mi ha confermato, a parte qualche particolarità, le idee che mi sono fatto riguardo il mondo dei social e del suo legame con i teenager. Ne hanno la piena padronanza negli utilizzi, ma li è sfuggito di mano il controllo. Probabilmente non dipende da loro, se li avessimo avuti anche noi i social avremmo fatto lo stesso.

Ho notato che sono consapevoli, quando ho parlato loro dei rischi sui rapporti sociali, che forse c’è un abuso di queste applicazioni. Ma starne fuori è autoescludersi in un contesto sociale già poco inclusivo. A loro non resta che cavalcare l’onda, indietro non si torna.

 

 

 

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